Si può parlare di felicità ai tempi del Coronavirus?

Si può parlare di felicità ai tempi del Coronavirus?

30 Luglio 2020 0 Di simonegambirasio

Siamo in tempi difficili: il COVID-19 minaccia la nostra salute e quella delle persone che amiamo, mentre il lockdown ha messo in serio pericolo il nostro lavoro. Ci avviamo verso una fase di probabile recessione, che potrebbe portare povertà e disagio sociale. In questo 2020 proverbialmente bisestile, possiamo ancora parlare di felicità? Indubbiamente sì, se vogliamo sperare di poter ripartire, anche economicamente. Perché se i consumi si basano sulla felicità, provare vergogna nel parlarne non farà certo ripartire l’economia. Forse però dobbiamo parlarne in modo diverso rispetto al passato.

Non è il lockdown a fare l’infelicità (anzi)

Punto di partenza: se è vero che il 2020 non si stia certo rivelando un anno felice, la colpa non è tutta del lockdown. A dirlo è un’analisi svolta dai ricercatori del Bennett Institute for Public Policy di Cambridge, che hanno utilizzato un anno di dati tratti dai sondaggi settimanali YouGov per monitorare il benessere della popolazione britannica, prima e durante la pandemia.

Inizialmente la percentuale di britannici che si è dichiarata “felice” si è dimezzata in sole tre settimane: dal 51% al 25% con l’esplosione del COVID-19. Quel che sorprende davvero, tuttavia, è il recupero velocissimo: durante il lockdown la felicità è tornata ai livelli quasi pre-pandemici del 47%,.

“È stata la pandemia, non il lockdown, a ridurre il benessere delle persone”, ha dichiarato il dott. Roberto Foa, del Dipartimento di Politica e Studi Internazionali di Cambridge, e direttore del Centro di ricerca sull’opinione pubblica YouGov-Cambridge.

“Le preoccupazioni per la salute mentale sono spesso citate come una ragione per evitare il lockdown. Di fatto, quando combinato con l’occupazione e il sostegno al reddito, il lockdown può essere la singola azione più efficace che un governo possa intraprendere per mantenere il benessere psicologico durante una pandemia”.

Durante il lockdown l’artista Sho Shibuya ha dipinto albe e tramonti e li ha incorniciati in copertine del NY Times, come simbolo della sua personale ricerca della felicità in questa pandemia.

Gli analisti hanno anche utilizzato Google Trends per verificare il numero di ricerche dei cittadini in merito al suicidio. Hanno scoperto un calo significativo durante i mesi di lockdown in diversi paesi, tra cui il Regno Unito e l’Irlanda, ma un aumento nelle nazioni che hanno attuato i blocchi senza un ampio sostegno al reddito, come India e Sudafrica.

“Durante il lockdown in molti paesi europei i programmi di welfare sono stati ampliati e sono stati introdotti fondi d’aiuto, insieme alle sospensioni dei pagamenti per affitti scaduti e bollette. Questo probabilmente ha ridotto lo stress per le persone che vivono precariamente”, ha detto Roberto Foa.

Da sottolinare, tuttavia, che gli over 65 hanno anche visto un calo della soddisfazione della vita che si è protratto nel lockdown, probabilmente per il più alto rischio di morte a causa del Covid.

Alla ricerca di una nuova felicità

Se il lockdown ha riportato in alto i valori della “felicità”, forse, è perchè ci ha dato modo di riflettere su cosa ci renda davvero sereni. Avere uno scopo personale più elevato promuove il benessere, una maggiore felicità e riduce persino lo stress da pandemia: questi sono i risultati di una nuova ricerca condotta da due ricercatori della Washington University. E l’effetto si è rivelato più sostanziale quando le persone avevano scritto su un diario o un blog i loro obiettivi di serenità.

La stessa cosa vale per le aziende: le aziende che hanno incluso scopi etici o sociali nella loro mission, hanno avuto dipendenti più felici e orgogliosi di lavorare in questa fase (oltre che più rispettosi delle scelte del management).

Lo stesso lockdown, costringendoci allo smartworking, ci ha fatto scoprire il potenziale che abbiamo. Abbiamo avuto modo di lavorare stando vicini a chi amiamo, magari ci siamo iscritti a un corso di yoga, abbiamo imparato a cucinare bene, abbiamo passato del tempo riflettendo sui nostri obiettivi sulla nostra serenità. Allo stesso tempo abbiamo avuto modo di interessarci a cause più globali e nobili, come è accaduto sicuramente in USA con il movimento Black Lives Matter (che è esploso proprio nel periodo di lockdown). Quella post-lockdown sembra una felicità meno “sociale” e più “umanitaria”: ovvero intima dal punto di vista personale, più aperta all’esterno e nobile dal punto di vista professionale.

Il cambiamento è possibile, ora lo sappiamo

“Molte persone hanno realizzato, per la prima volta nella loro vita, quello che gli studiosi della felicità vanno dicendo da anni”, ha affermato in un’intervista a Vogue l’economista Richard Layard, “I fattori che più influenzano il nostro benessere emotivo, a meno che non si viva nell’indigenza, sono essenzialmente la salute e la qualità delle nostre relazioni affettive e sociali“.

E prenderci più spazio per noi è possibile, è stato proprio il lockdown a spiegarcelo: “Col suo carattere dirompente questa crisi ci ha fatto uscire dal torpore, sbattendoci in faccia che il cambiamento è possibile in tempi strettissimi: nell’arco di poche settimane ci siamo scoperti capaci di adottare nuove abitudini e nuovi stili di vita e, con un certo stupore, abbiamo visto i governi adottare politiche sociali senza precedenti. Perché non provare dunque a essere più felici e a costruire un mondo migliore?”

I brand che parlano di (nuova) felicità

Non sono pochi i brand che proprio intorno alla felicità “rivista e corretta” stanno rivedendo la loro comunicazione.

Uno, italianissimo, è Mulino Bianco, con la sua “ricerca della felicità”, una serie di spot a firma Felicis che, un pochino alla Julie Andrews e un pochino alla favoloso mondo di Amelie, vuole comunicare la necessità di ripartire da piccoli trascurabili momenti di felicità:

Lo spot Mulino Bianco, diretto da Gabirele Mainetti

Non può che parlare di felicità anche McDonald’s con il suo Happy Meal, con una nota dolceamara. In questo spot i nonni fanno felici i bambini portando un hamburger… ma l’ultima scena ricorda anche, delicatamente, la necessità di mantenere il distanziamento sociale. Una felicità simile al passato, solo con modalità diverse.

Lo spot di McDonald’s: Who are you making happy this Summer?

Ancor più in linea con quel che abbiamo detto fin qui lo spot della marca di biscotti indiana Britannia, che abbina al concetto di felicità quello di uno scopo più alto a livello aziendale, proprio come hanno indicato nella ricerca della Washington University. In questo caso, infatti, il brand si fa portatore di felicità aiutando una parte della popolazione in difficoltà. Hashtag: #RaiseTheCurveOfHappiness

Lo spot di Britannia per il mercato indiano

Caro 2020, non tutto è perduto: riprendersi il tempo, cercare uno scopo più alto e tornare a dare valore alle relazioni sono gli ingredienti per rimetterti in sesto. E, forse, è sempre stato così.